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Destinazione paradiso: storia di un affresco perduto e mai ritrovato

san giovanni ss vergine san francesco tursi

Destinazione paradiso: storia di un affresco perduto e mai ritrovato. (articolo in formato pdf)

Nell’ex convento francescano di Tursi, all’interno della chiesa, sono ben visibili, sugli altari della parete destra accanto all’ingresso, tre affreschi. I colori sono quelli di opere che sono lì da qualche secolo, la poca luce presente consente appena di scattare alcune foto decenti, ed è quello che ho fatto. Tornato a casa rivedo le foto, le trovo sorprendentemente ricche di particolari che, nella chiesa, non si potevano apprezzare compiutamente.

S’accende allora la voglia di capire, scoprire di più su quelle magnifiche opere d’arte. Leggo alcuni articoli pubblicati in rete sul convento francescano di Tursi, la mia curiosità aumenta, se la domanda: chi è la donna del quadro di Leonardo, è legittima, perché non chiedersi chi e cosa è raffigurato negli affreschi di San Francesco? Un’opera d’arte, si dice, non si guardi solo con gli occhi! A me non resta che guardare e riguardare le foto. Un affresco, in particolare, mi incuriosisce, c’è un uomo, un santo con un calice da cui fuoriescono dei serpenti, riaffiorano in me reminiscenze da incontri di catechismo. Ricordavo che un santo, in particolare, aveva attributi quali la coppa coi serpenti: San Giovanni. Inizia la mia ricerca e mi imbatto nell’iconografia di Giovanni, l’apostolo prediletto di Gesù; il beato Jacopo da Varagine, nella sua opera “La Legenda aurea”, descrive un episodio della vita dell’Apostolo. Quando, qualche tempo dopo la crocifissione di Cristo, Giovanni giunse ad Efeso, gli orafi del tempio di Diana temettero che a seguito della sua predicazione avrebbero perso i loro affari. Aristodemo, gran sacerdote del tempio, impose a Giovanni la scelta di adorare Diana oppure di bere un calice di vino  avvelenato. Giovanni scelse di bere il vino, ma avendo fatto un segno di croce sul calice, il veleno si trasformò in un serpente che subito scappò via. Così Giovanni bevve senza alcun danno e Aristodemo si convertì al Cristianesimo.

Ci sono, altresì, ancora alcune cose che mi spingono a continuare, anche San Benedetto è raffigurato con in mano una coppa da cui risalgono teste di serpente, come essere sicuri che sia proprio l’apostolo Giovanni l’uomo dell’affresco? Nel personaggio dell’affresco vedo che sul capo ha un’aureola dorata, simbolo di appartenenza al “mondo di Dio”, aureola dorata che è presente in tutte le raffigurazioni del Cenacolo, è vestito con la caratteristica tunica degli apostoli, simile in altrettante pitture dell’ultima cena, ha nella mano sinistra un libro, verosimilmente, il Vangelo. A destra nel dipinto c’è la figura sempre presente nei conventi francescani, Maria Madre di Gesù, con la croce, in atto di sostenerla con la spalla sinistra e tra le mani un libro. Il Santo con la Vergine Maria, la croce, gli elementi ci sono tutti: è San Giovanni, non ho dubbi, chi altrimenti? non era proprio Giovanni, l’unico apostolo, fino all’ultimo istante, presente nella vita di Gesù? Il Figlio di Dio a chi affidò la propria madre sotto la croce se non a Giovanni? Continuo nella ricostruzione del puzzle. Ai piedi del Santo, si nota appena, un uomo di mezz’età, con la barbetta curata, prostrato, in atto di preghiera, con il rosario in mano, in abiti tipici tardo rinascimentali (probabile periodo di realizzazione del dipinto). Sembrerebbe di famiglia nobile dai vestiti: la giacca dal tessuto ricercato, la camicia a maniche ampie con il collo bordato di pizzo e i polsini arricciati, i pantaloni infilati negli stivali, il cappello a falda circolare. Un Duca, un Conte, un ricco possidente? Sicuramente chi aveva la possibilità economica di ordinare un affresco poteva permettersi di farsi raffigurare nello stesso.

Ma chi e perché volle rappresentare l’apostolo dell’Apocalisse? Una cosa è certa, l’elemento caratterizzante, degli affreschi del convento francescano, è la finalità votiva, credo molti dovevano essere i dipinti di questo tipo che decoravano le pareti della chiesa. Presumo che le opere sono da porsi in relazione alle numerose sepolture terragne che ricoprivano l’intera superficie del convento. A tale proposito alle spalle dell’altare resiste da secoli una pietra quadrangolare, una lastra terragna su cui è incisa l’iscrizione SEPULTURA LOCI e in rilievo emerge uno stemma araldico, dalla difficile attribuzione, forse un leone rampante con una corona sospesa sulla testa, la coda rivolta verso se stesso e una banda che lo attraversa in senso diagonale. Sarebbe interessante studiare a fondo quello che sembra un tombino in cemento, o meglio, forse ritenuto tale da quanti lo hanno calpestato, grave sarebbe se fosse stato lasciato lì consapevolmente, sprezzanti del suo valore storico-artistico. Se letti in relazione alle sepolture sottostanti, acquistano un particolare valore iconografico l’Evangelista Giovanni e la Vergine Santa. L’uomo ai piedi di San Giovanni è il committente che anela, come ogni mortale, di meritare, con la devozione, il Paradiso e magari ascendervi insieme alle sue membra proprio come i due Santi sopra di lui. Dall’analisi tecnico-stilistica degli affreschi, pur senza notizie certe sugli autori e della loro committenza, (al riguardo ho una mia ipotesi che sarà palesata più avanti) si comprende come, anche il convento francescano, sia stato decorato senza un programma iconografico deciso dall’ordine, ma per fasi successive, come era prassi all’epoca per gli edifici conventuali, in un altro affresco, infatti, si legge in calce la data di fine lavori, A.D.1377. Di consuetudine un ciclo di affreschi veniva commissionato da una influente famiglia come parte della decorazione della propria cappella funeraria privata, mentre chi non si poteva permettere la spesa commissionava dipinti votivi. Il risultato era una serie di affreschi anche molto diversi tra loro per tecnica e stile, spesso, ricoperti in epoche successive da nuovi affreschi commissionati dalla stessa o da un’altra famiglia. Un rigoroso studio dei lasciti testamentari dell’epoca farebbe emergere, sicuramente, elementi interessanti riguardo la storia del convento. Donatrici non erano solamente le grandi famiglie nobiliari, che spesso commissionavano cappelle e sarcofagi monumentali, ma anche uomini e donne comuni, che donavano case e terreni per assicurarsi, tramite la celebrazione di messe perpetue, la salvezza della loro anima: destinazione Paradiso.

Il tema della salvezza e del trionfo della Fede, a mio avviso, sono centrali nell’affresco di San Giovanni, ci sono tutti i simboli escatologici: la Madonna della Passione, ascesa a Dio con il suo corpo, il serpente simbolo di morte e dannazione che veniva sconfitto dalla Fede, lo stesso Santo, unico discepolo morto di vecchiaia e ultracentenario, assunto in cielo con le sue spoglie mortali. Riguardo all’artista, autore dell’affresco, si può azzardare l’ipotesi, che fosse Giovanni Todisco da Abriola, attivo intorno alla metà del 1500, da considerarsi come il pittore di fiducia dei frati francescani, in tutti i conventi del circondario è lui l’autore di cicli pittorici. È possibile che anche a Tursi, dopo avere terminato i lavori commissionatigli dai francescani di Orsoleo a Sant’Arcangelo nel 1545, e, forse, nella chiesa di San Francesco a Senise nel 1548, il Todisco lavorasse su commissione dei frati tursitani, un po’ come accade oggi, per i lavori necessari alla domus, se in zona c’è un’impresa di fiducia si cerca di affidargli i propri lavori confidando in una buona prestazione.

Sarebbe importante, per chi abbia voglia di studiare gli affreschi, in modo più serio del mio, prima che degli stessi restino solo lacerti indecifrabili, conoscere i risultati delle ricerche e degli studi effettuati sul complesso conventuale di San Francesco, a più riprese nel corso di questi ultimi anni, dai laureandi per le loro tesi. Lo scopo di questa modesta dissertazione è quello di fermare il tempo degli affreschi e di innescare azioni orientate alla loro conservazione (il recupero ce li porterebbe solo via, come già accaduto, nel recente passato, per altri affreschi del medesimo convento).

Le conclusioni a cui sono giunto, sono frutto di numerose ricerche in Rete, internet risulta essere una miniera di informazioni, anche se, spesso, si trovano tante inesattezze, da oggi, naturalmente, ci saranno anche le mie.

    2 Responses to “Destinazione paradiso: storia di un affresco perduto e mai ritrovato”

    1. oreste morano ha detto:

      Grazie al Maestro Pasquale Cassaavia per il contributo storico artistico! recentemente ho avuto modo di ammirare sia l’esterno che l’interno del Convento e devo dire che da restauratrice e da semplice cittadina sono stata colta da un misto di ammirazione e di angoscia, l’una per la bellezza e l’imponenza del complesso e l’altra per lo stato di abbandono e per le ferite inferte dall’incuria e dallo sciacallaggio!Sarebbe opportuno solleciterne il restauro e, se fatto con la dovuta etica, gli affreschi non si ddovrebbero rimuovere dalla loro sede a meno che il degrado delle murature dovessero imporlo.
      ancora grazie!
      Maria Teresa Prinzo

    2. Pasquale Cassavia ha detto:

      L’affresco non andrebbe assolutamente rimosso, a mio avviso, non foss’altro perchè avrebbe la stessa sorte di altri affreschi, sempre dell’ex chiesa francescana, che giacciono, non so in quali condizioni, presso la SOPRINTENDENZA PER I BENI STORICI, ARTISTICI ED ETNOANTROPOLOGICI DELLA BASILICATA,sede di Matera. Visibili, comunque, presso la Fototeca di Palazzo Lanfranchi a Matera.