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Per chi suona la campana: …e non ebbero nulla in contrario!

campana san francesco tursiIn una mite giornata di primavera, nei pressi del convento di San Francesco, di fronte alla Rabatana di Tursi, l’allevatore Domenico Tauro, impegnato a pascolare i suoi animali, viene distolto dal rumore di un motocarro; subito dopo, tre persone scendono dal mezzo e gli si fanno incontro ma prima che possano parlare, Domenico chiede: – Ch’ jes’ facènne nda ‘sta vie? –

La risposta che fu data a quella domanda è l’oggetto del mio articolo.

A camban du cummend s’amma purta’ ‘u pais’ nuostr’, tenim’ l’ordine d’munsignor. –

Il compianto Don Luigi Ziella, sacerdote e mio professore di religione presso l’Istituto Magistrale “Pitagora” di Montalbano Jonico, aveva chiesto all’indimenticato Vescovo S.E. Pasquale Quaremba il conferimento della campana di San Francesco al Convento di San Rocco di cui era parroco. Il Vescovo acconsentì alla richiesta ma con un’unica pregiudiziale: che i tursitani non avrebbero avuto nulla in contrario. Non si sa come fu ottenuto il consenso dei nostri compaesani, non credo la cosa fosse loro indifferente, certamente non si ricordano manifestazioni popolari contrarie alla rimozione della campana.

Ma torniamo a Domenico, fu sorpreso dalla bizzarra richiesta dei forestieri, la campana bronzea doveva pesare circa 2 quintali, farla scivolare giù da quasi 15 metri risultava cosa non facile e, poi, perché farsela portare via dai montalbanesi? Sentito però che avevano il permesso del Vescovo non chiese più nulla.

Il tursitano, dalla corporatura robusta quanto quella dei suoi colleghi di missione, non si perse d’animo e richiamò, con un fischio, l’attenzione “du parìcchie”, una coppia di buoi coi quali lavorava, conto terzi, nei campi; i montalbanesi, i quali avevano abbastanza fretta, prima di procedere all’imbracatura della campana, vollero subito precisare il compenso per il servizio: 5000 lire per una mezza giornata di lavoro; in genere Domenico riusciva a guadagnare 1700 lire per quelle stesse ore d’impiego suo e degli animali.

Non è stato possibile avere i dettagli della discesa, dalla torre campanaria, di un oggetto così pesante e prezioso, tant’è che siamo al momento di caricare la campana su “a tragghie”, assi di legno legate a “u paricchie”, buoi che trascinarono per poche centinaia di metri, nel suo ultimo viaggio, la campana, che da allora cambiava destinazione ma non uso.

Sono riuscito ad avere alcune di queste informazioni dal figlio del sig. Domenico, Angelo, con il quale ho condiviso alcuni giorni spensierati di lavoro nella raccolta delle pesche e fu proprio lui a raccontarmi, non senza reticenze sui particolari, la storia della campana di San Francesco; si affrettava a premettere che non sapeva che fine avesse fatto e, soprattutto, ci teneva a sottolineare che le voci del furto della campana erano maldicenze: “’a campene jet’ a muntalben’, non è stéte arrubbete.”

In che anno ci fu il trasloco forzato della campana non è dato saperlo con esattezza, dovrebbe trattarsi verosimilmente della fine degli Anni ’50, dato che Angelo, classe 1947, aveva otto o nove anni e ricorda appena l’episodio.

Di questa storia una cosa mi rattrista: è come se il declino del convento fosse iniziato proprio con la perdita della sua campana, quasi fosse stata l’anima di quelle mura, strappata quella il monastero si lasciò, lentamente ma inesorabilmente, morire.

Ecco l’articolo in PDF: Per chi suona la campana

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