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Gothic no more

tursi catacombe castelloLeggiamo in diverse pubblicazioni, locali e non, che l’incastellamento di Tursi, il suo primo nucleo difensivo e militare, sarebbe dovuto ai Goti nel corso delle grandi invasioni-migrazioni del V secolo. La voglia di saperne di più su questo popolo “fondatore” di Tursi mi ha spinto a fare ricerche – entro i miei numerosi limiti – che hanno reso, a mio parere, piuttosto improbabile questo evento. Cerco di spiegarmi meglio.

Dobbiamo al Nigro l’ “ipotesi gota”, argomentata dettagliatamente nel suo libro, e ripresa da altri storici locali nel corso dei 150 anni che ci separano da essa. In estrema sintesi Nigro ci dice che i Goti, distrutta Pandosia nel 410, vennero attratti dalla facilità di incavare grotte e dalla naturale strategicità della Rabatana, e decisero quindi di costruirvi un castello. Afferma inoltre: “l’ osservazione delle fabbriche ed archi di case e di chiese più antiche formate sul sistema gotico“. Appare evidente in questa frase la confusione fatta dal Nigro tra stile Gotico (modello/stile architettonico e artistico nato nel XII sec.) e popolo dei Goti in Italia (V-VI sec.). Confusione che, a dire il vero,  molti storici dell’epoca facevano, e rilevata già dal Muratori nei suoi famosi “Annali d’Italia”. Infatti con stile Gotico venivano indicate genericamente le antiche e malfatte fabbriche che, in realtà, non avevano nulla a che fare con le opere edilizie dell’omonimo popolo.

Siamo poi certi che la Pandosia distrutta nel 410 fosse quella lucana? Il caso di omonimia, come vedete, è una questione da tenere sempre presente nella nostra storia antica. Inverosimile appare anche l’attribuzione ai Goti della volontà di fondare un castello nel nostro territorio. In quegli anni, politicamente caratterizzati dal lento scioglimento del potere centrale di Roma, le elites gotiche conquistatrici si sovrapposero alle aristocrazie Romane che, anche nel nostro territorio, avevano ancora nel latifondo e nella gestione dei clientes il caposaldo del loro potere personale. Questo sistema non si scompose nemmeno con la deposizione dell’Imperatore Romolo Augustolo (la caduta dell’Impero nel 476 è solo una convenzione storica) rimanendo in piedi fino alla guerra gotico-bizantina (536-554). I cavalieri Goti, requisita più o meno violentemente una parte del latifondo, vi si insediavano al fianco dei Romani lasciando intatta l’organizzazione istituzionale ed economica generale. Bisogna inoltre sottolineare che nei nostri territori la penetrazione gota nella gestione diretta dei latifondi non è mai avvenuta. Lucania lontana e poco appetibile rispetto alla pianura padana, le cui terre perciò rimangono in mano alle famiglie romane. Molto probabilmente l’unico presidio militare Goto presente nella nostra regione si trova ad Acerenza.

Anche le scarse conoscenze archeologiche che documentano questo periodo rendono arduo sostenere una fondazione gotica di Tursi. I dati raccolti sull’edilizia in muratura, attestata da edito archeologico (solo materiale pubblicato quindi), mostrano l’evidente calo di nuove costruzioni tra Tardo-antico e Alto Medioevo. Nello specifico, ad oggi, non si ha notizia di ritrovamenti nel circondario ascrivibili all’orizzonte culturale dei Goti, a conferma della poca consistenza che questi ebbero nelle nostre campagne. Non sono presenti i loro classici “fossili guida”: fibule, guarnizioni da cintura o le tipiche deformazioni del cranio a scopo rituale. Anche le epigrafi risalenti a quel periodo, rinvenute in Lucania, non presentano nomi di origine gota. In epoca Tardo-antica le poche ville indagate sistematicamente (vedi San Giovanni a Ruoti da parte dell’Università di Siena) dimostrano ancora la loro centralità politico-amministrativa ed economica. I senatori Romani, lontani da una capitale svuotata del suo potere, si ritiravano nelle loro residenze al centro dei latifondi e da lì svolgevano il loro ruolo di dominus. Cruciale, per il mantenimento dell’esercito goto, era anche la loro attività di raccolta delle tasse, pagate direttamente in maiali vivi. Questo allevamento ebbe un ruolo determinante nell’assetto territoriale della nostra regione, dedita per secoli alla produzione di carne secca da fornire alle legioni Romane ed all’Urbe stessa. Una lunga tradizione gastronomica che, fortunatamente, ci caratterizza ancora oggi.

Questi aspetti sono ampiamente dimostrati dalla presenza di molte ville rustiche anche nei nostri immediati dintorni: da Monte Coppolo-Pozzomagno (un enorme complesso in uso certamente per tutto il V secolo) a quella di Cugno dei Vagni a Nova Siri e, molto più vicino a noi, nella Valle d’Agosto ed alla Murata (situazioni, forse minori, che andrebbero meglio indagate per determinarne l’influenza sulla fondazione del kastron di Tursi). Saranno gli eserciti goti e bizantini a sconvolgere questi sistemi di vita nella nostra regione. Durante quest’ultima fase (metà del VI secolo), e la quasi contemporanea invasione longobarda (568), nasce forse la necessità di incastellare Tursi: luogo naturalmente difeso, posto lungo un importante crinale di comunicazione tra la costa e l’interno, utile per movimentare armenti ed eserciti e per la difesa delle poche genti rimaste nelle campagne. Un lungo periodo di insicurezza, guerre, carestie ed abbandono delle terre veniva inaugurato, forse il più buio della nostra storia.

Purtroppo per documentare questa fase non abbiamo fonti che ci possano aiutare. Di certo però sappiamo che furono i Bizantini a dare dignità civica a Tursi attraverso un lento processo, avviatosi probabilmente già con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, culminato nel 968/69 con il conferimento della Cattedra Vescovile e la guida del Thema di Lucania. Innumerevoli sono le testimonianze dell’influsso di Bisanzio nella nostra cultura (suffragato da documenti, testimonianze archeologiche, culti religiosi). Influsso che, con tutta evidenza, ha alimentato anche l’origine della nostra “misteriosa” lingua. Eppure tutto ciò non basta a risvegliare l’interesse verso la cultura bizantina che manifesta, ancora oggi, la sua forte presenza nel nostro vissuto quotidiano. Faccio giusto qualche esempio delle decine di toponimi ancora in uso: Sckarazz‘ –  Placcio –  Sant’angelo – San Teodoro – San Nicola – Cantarato-  Santi Quaranta. Tracce profonde e resistenti che dovremmo cercare di comprendere e valorizzare meglio, anche ai fini di una ricerca storica più aperta, che metta in evidenza i caratteri di multi-etnicità e cosmopolitismo che la società bizantina, tra oriente ed occidente, ha in comune con il nostro tempo.

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