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L’importanza di chiamarsi Francesco

san francesco tursiIl cardinal Bergoglio, eletto Papa, sceglie per il suo pontificato il nome di Francesco. Una scelta eccezionale, fortemente caratterizzante, che nessun Papa aveva mai fatto nel corso degli otto secoli che ci separano dal poverello di Assisi. La situazione in cui matura questa scelta è nota: la Curia romana è scossa dalle divisioni, dalle lotte per il potere e dai continui scandali, finanziari e non solo. Un Papa non è morto eppure se n’è fatto un altro. Basta questo a dare la misura dei travagli che questa bi-millenaria istituzione religiosa attraversa.

Richiamarsi all’operato di San Francesco rappresenta una scelta teologica e politica che rende manifesta la necessità di riscoprire il primitivo dettato evangelico, ridimensionando potere e lusso, per dedicarsi con rinnovata spiritualità alla cura dei più bisognosi. Il tempo ci dirà se questi propositi riusciranno a trovare realizzazione; a noi ora interessa comprendere la funzione sociale e politica che il Santo, le persone e gli Ordini che a lui s’ispirarono, ebbero nella storia della formazione culturale d’Europa e di conseguenza anche su quella della nostra Tursi, sede di ben tre conventi Francescani – ognuno a rappresentare le tre declinazioni storicamente più importanti di questa grande e variegata famiglia. Infine proveremo a mettere in risalto l’influenza che il monachesimo di matrice bizantina, che per secoli ha fortemente caratterizzato il nostro territorio, ebbe nella formazione dell’ideale di vita francescano. Un discorso complesso, date le mie modeste capacità, ma necessario per cercare di elaborare un’analisi dei grandi flussi storici in funzione, per così dire, tursitana. L’obiettivo di tale ricerca sarebbe quello di trarre spunti che ci aiutino ad immaginare la futura destinazione d’uso del “nostro” convento di San Francesco. Una scelta importante da compiere, ispirata, magari, proprio dal messaggio di fratellanza universale e di vicinanza a chi soffre che Francesco ha lasciato nella storia.

Cominciamo dall’anno 1181, forse ’82, anno di nascita di Giovanni di Bernardone, nome che sarà sostituito presto, e forse non casualmente, dall’inusuale Francesco a sottolinearne le probabili origini francesi da parte di madre. La sua era una famiglia di agiati mercanti di stoffe in Assisi, appartenente quindi al nuovo ceto che la crescente urbanizzazione e la politica comunale (in continua ascesa) avevano generato e reso protagonista. Qualcuno, in seguito, avrà modo di definirli borghesi. Un ceto sociale che si trasformerà nel ceto per eccellenza, determinante nella formazione delle attuali strutture sociali e, soprattutto, economiche.

Il giovane rampollo, e specialmente la sua famiglia, aspiravano ad un posto nella società che conta. Solo diventare cavaliere garantiva questa certezza ma il giovane Francesco si dimostrerà inadatto a conseguire questo ambìto status. I fatti d’armi ed i campi di battaglia innescheranno in lui una profonda crisi mistica. Prigionia e malattia sovvertiranno per sempre la sua vita e le sue scelte. La sua famiglia, la nascente società, mercantile e politicamente votata all’autonomia, la Chiesa ed i suoi apparati saranno messi in discussione da Francesco non con poderose opere filosofiche ma con atti concreti, eclatanti, di forte impatto “mediatico”, come si direbbe oggi. La povertà, l’amore per tutto il creato ed il dialogo saranno sempre al centro della sua azione nel mondo. Lo seguirono a migliaia, specialmente giovani, favorendo così una rapida diffusione del Francescanesimo in tutta Europa. Impossibile non riconoscere la portata rivoluzionaria di questi dettami e la presa che avrebbero potuto avere negli strati più sofferenti della popolazione, già pervasa da ondate di ribellismo sociale ed eresia religiosa. La Chiesa di Roma ne riconoscerà subito la potenza destabilizzante e si affretterà a santificarne, appena dopo la morte, la figura, silenziandone il vero messaggio e riscrivendone la vita in forma agiografica. I seguaci di Francesco si divideranno  subito, l’interpretazione del suo esempio di vita si tramuterà in feroce lotta di potere condita da scomuniche, torture ed esili (che, con la vicenda di Angelo Clareno, riguarderanno anche la Lucania), con la conseguente nascita di tre Ordini distinti: Osservanti, Conventuali ed in seguito Cappuccini. Il Santo della fratellanza, anche da morto, continuava a generare disordine nella Chiesa, molti che si professavano suoi discepoli rimasero sempre ai confini dell’eresia, altri vi sfociarono apertamente.

Si manifesta, a mio parere, un inconscio bisogno di rimozione della sua figura storica, a dispetto delle crescenti fortune degli Ordini che a lui si richiamavano, che fa perdere persino la memoria del luogo di sepoltura del Santo (ritrovato solo nel XIX secolo). Una rimozione fisica e politica in parte riuscita non combattendone apertamente i princìpi ma edulcorandone il messaggio. Tutto ciò non ha comunque impedito alla profonda spiritualità di Francesco di continuare ad influenzare la filosofia europea. L’idea di società che il Santo propugnava aveva delle caratteristiche totalmente nuove: tutti gli uomini sono uguali e liberi, non dovrebbero essere sottomessi all’arbitrio del Papa o dell’Imperatore ma governati da un’unica legge morale, affratellati nell’umiltà che deve livellare gli spiriti e migliorare le condizioni di tutti. Abolizione della proprietà privata, eliminazione dei privilegi, aiuto ai deboli e malati, amore fraterno non solo verso gli uomini ma verso l’intera natura, allora percepita come ostile e nemica dell’uomo: questi sono i princìpi praticati quotidianamente da Francesco e dai suoi primi fratelli. Princìpi di uguaglianza e fraternità che avranno bisogno di molti secoli ancora per affermarsi politicamente. Carisma, visionarietà sociale ed amore incondizionato per il prossimo sono tratti di una figura storica che, nelle parole di Dante Alighieri, come il sole d’Oriente continua a scaldare l’anima di chiunque si avvicini al suo esempio.

Fonte foto: www.ilgiornaledirieti.it

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