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I mort d’appëtitë: il lamento funebre a Carnevale (Tursi 1949)

carnevale lucano tursiAnche quest’anno il Carnevale è giunto all’apice dei festeggiamenti, almeno nei molti paesi limitrofi che hanno voluto-saputo-potuto continuare a realizzarlo e valorizzarlo nel corso dei decenni. Rituali e maschere particolari, densi di antichi significati, si manifestano in questi giorni per le viuzze dei nostri paesi. Basti pensare alle vacche variopinte ed ai neri tori di Tricarico, perennemente transumanti, oppure ai Romiti di Satriano in cui l’uomo si tramuta in essere arboreo rinverdendo, letteralmente, il suo antico legame con la foresta. Naturalmente anche i Tursitani celebravano il “proprio” Carnevale, ne abbiamo notizia sia dai ricordi degli anziani che dagli studiosi i quali, nell’immediato dopoguerra, battevano in lungo ed in largo la nostra regione, serbatoio inesauribile di Culture oltre che di idrocarburi.

L’antropologo Bronzini (1925-2002) era uno dei giovani ricercatori che proprio a Tursi nel 1949 rileva un canto, anzi un vero e proprio lamento funebre, dedicato al Carnevale giacente sul cataletto (letto di morte), attorniato da prefiche addolorate per la sua dipartita. Il lamento ironico è accompagnato da piagnistei e risa ed esprime in maniera grottesca il tipico rovesciamento dei ruoli di ogni Carnasciale: Carnevale è morto a causa del suo insaziabile appetito, simbolo-sommatoria della fame di tutti e delle enormi ristrettezze che accompagnavano la vita dei “cafoni”, sfruttati ed umiliati senza alcuna remora dai cosiddetti “Signori”.

Difatti Carnevale è l’unico personaggio a cui si consente di soddisfare la propria pantagruelica fame: già ubriaco non smette di bere, già satollo continua ad ingozzarsi mostruosamente. Questo comportamento esprime proprio il grottesco rovesciamento delle necessità e delle possibilità della vita reale, laddove la maggior parte delle persone lottava per la quotidiana sopravvivenza. Per i nostri “affamati” contadini la vera felicità si configurava come il paese della Cuccagna, del Bengodi, ove soddisfare l’urgenza dell’appetito oltremisura ed oltre ogni ragionevole speranza. Non è un caso quindi se il lamentatore conclude il canto con la necessità di tornare alla realtà, alla propria pancia riempita neppure a metà. Una conclusione sconsolata che rimarca anche la sovrannaturalità di Carnevale, non contadino e neppure essere umano, venuto da un luogo lontanissimo (“lo Stato di Milano”), un altrove indefinibile dal quale e nel quale tornare ogni anno. Grazie al suo allontanamento l’ordine quotidiano è ciclicamente ristabilito, il sogno evapora e si torna rassegnati alla immancabile ed atavica fame.

 

Padrone dello Stato di Milano

che chi na mangete

ti ni isti a stè a Messina. 

 

U primo muzzicone da matina

ti mangiasti trentasei scanate,

chi cumbanaggio trentasei jalline,

trecento pecorelle chi tutt’ a lena.

 

Cucetemi sette tine de maccarune,

tre trainelli di casi gratteto.

Fatemi na tina d’ insaleta.

O Dio, scazzichimi a’ppetito.

 

Di vino ti ni vippisti na cantina,

di acqua n’ appuntasti na jumera.

Erisi ‘mbrieco eppure vivisi,

non vuisi l’ acqua eppure li circaisi.

 

Povera panza mea, com’è dijuna

e teniti na voce come na campana.

Mala fortuna add’avuta sta panza,

non l’ agghie pituta fà na vota menza.

Fonte foto: it.paperblog.com

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