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Olla

Olla

Abbiamo già sottolineato l’importanza del sito di Pandosia – Santa Maria di Anglona in epoca proto-storica, appena precedente alla “sistematica” colonizzazione greca dell’VIII secolo avanti Cristo. Tra il finire dell’età del bronzo e la piena età del Ferro (X-VII secolo a.c.), ad occupare stabilmente il colle vi era una popolazione che i Greci chiamarono Choni, appartenente al più ampio orizzonte culturale degli Enotri, a loro volta migrati in epoche remote dall’Epiro. Queste genti vissero nell’arco di un paio di secoli un’esperienza esaltante di scambio e mediazione, ed in seguito assimilazione e rielaborazione, di modelli culturali ed economico-sociali esterni alle proprie esperienze – ancora legate per certi versi a culti e stili di vita di epoca preistorica. Percorsi storici e sviluppi culturali ed artistici che toccheranno il loro apice nel IV secolo a.c., proiettando i nostri territori al centro dell’economia manifatturiera mediterranea con lo sviluppo di originali produzioni artistiche su ceramica: le celeberrime figure rosse italiote. Veri e propri veicoli di propaganda politico-culturale ed apprezzati “status symbol” per le elites di buona parte del mondo allora conosciuto. Manufatti di grande qualità ed originalità, diffusesi man mano ad ogni strato sociale attraverso l’uso sacrale che se ne faceva: corredi funerari, segnacoli di tombe, raffigurazioni divine, ex-voto.

A testimonianza degli albori di questo affascinante processo vi è la famosa olla proveniente dalla tomba numero 3 della necropoli di S. M. di Anglona, databile intorno alla metà dell’VIII sec. . Su questo vaso sono dipinte alcune figure antropomorfe che sono probabilmente la più antica raffigurazione di un essere umano – su ceramica indigena – prodotta nella nostra penisola. I Choni di Pandosia cominciano a sentire il bisogno di auto-rappresentarsi in un’immagine stilizzata, frutto delle proprie esperienze artistiche legate allo stile geometrico a tenda con i nuovi modelli figurativi importati dall’Egeo. Questi nuovi schemi narrativi hanno come riferimento stilistico la stupenda anfora del Dipylon di Atene, indiscusso capolavoro dell’arte ceramica attica. Difatti la scena rappresentata su entrambi i vasi è la stessa: un compianto funebre. Sono sei i personaggi raffigurati in ordine sparso sulla “nostra” olla. Il gesto del lutto è riconoscibile dalle grandi braccia allargate, rivolte verso l’alto e con le mani aperte. Il corpo è ancora abbozzato in forma di clessidra con la testa e le gambe di profilo. La scena è comunque immersa nel più classico stile enotrio a tenda che fascia tutta la parte superiore del vaso.

Pipylon

Pipylon

La potenza comunicativa delle fattezze umane non lascia indifferenti queste popolazioni e si diffonderà sempre di più nell’iconografia sacra o religiosa, grazie anche alla stabilizzazione dei rapporti con la cultura greca attraverso le fondazioni coloniali (Metaponto – Siris – Sibari) sviluppatesi sulla costa. Rappresentazioni che piacciono quindi, generando il desiderio di possesso di questi oggetti che accompagneranno l’uomo durante tutta la sua esistenza ed anche oltre, verso l’aldilà. I vasi, e non solo, saranno il veicolo attraverso il quale formare nuove sintassi comunicative volte a produrre dei comuni codici di confronto tra popolazioni diverse. Nuovi modi di comunicare, nuovi linguaggi, nuove sensibilità religiose, nuovi stili di vita per una nuova società che si andava formando. Sintesi di un processo di “globalizzazione” già in atto sin dall’antichità e che, anche alle foci dei nostri piccoli fiumi, aveva trovato il modo di sviluppare una civiltà fra le più progredite del Mediterraneo. Li chiameranno Italioti, un appellativo che avrà “discreta” fortuna nei secoli a venire.

Per chi volesse approfondire il tema consiglio la lettura del libro “Immagine e mito nella Basilicata antica”, frutto dell’importante mostra tenutasi al Museo Provinciale di Potenza fra il dicembre 2002 ed il marzo 2003.

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