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Solidarietà: che significa oggi

solidarietàLa solidarietà, che bella parola fino a qualche settimana fa. Tutti sappiamo il significato coerente. Oggi, alla luce di quello che sta succedendo ce ne sarebbe abbastanza  per vergognarsene come comunità e come cittadini, ma in più l’amara verità è che di questi morti e di questi vivi, in realtà, non interessa  nulla a nessuno. Tutti, o quasi, ci siamo chiusi in un indifferente ed inesorabile silenzio che ci rende complici, secondo  l’insegnamento cattolico-cristiano. In noi, condizionati dalla crisi economica, la pietà è morta da un bel po’ di tempo e la solidarietà non dà molti segni di vita. Si è sciolta come neve al sole, può essere anche una solidarietà dal fiato corto, ossia quello che possiamo dare con un sms, due euro per i terremotati, per la ricerca, ma non ci si chieda di prenderci cura, la prossimità ci fa paura.

Mi chiedo, pensare almeno un po’ alla situazione attuale di chi arriva sulle nostre coste: dare almeno un tetto, un pasto caldo e una doccia agli schiavi privi di diritti è una richiesta rivoluzionaria, fuori moda o politicamente scorretta? Si può organizzare, costruire strutture, dove queste persone, questi nostri fratelli, non parlo da cattolico-apostolico, in umanità possano ritrovare almeno un po’, un briciolo di dignità, non dovrebbe  essere un angosciante imperativo per una comunità che ancora ha voglia chiamarsi umana?

E chi dovrebbe porre mano per dare, per accogliere, i segni concreti di solidarietà?

Penso allo Stato, nelle sue articolazioni varie, alla chiesa con la sua capillare presenza, alla società con i suoi organismi.

Mi chiedo, lo Stato può farlo davvero? Le casse pubbliche, in spending review, non sono particolarmente ricche, e poi diciamocela tutta, investire in solidarietà non è elettoralmente redditizio. Con un clima d’indifferenza, se non di acerrimo odio e razzismo che circola nei confronti di queste persone, spendere soldi è operazione troppo antipopolare per essere presa in seria considerazione.

Anche la chiesa ha i suoi doveri, ossia quello della denuncia alta e forte contro la discriminazione e lo sfruttamento. Il papa che vuole una chiesa povera fa distribuire viveri, indumenti, facendo installare docce per i senzatetto che si aggirano nei pressi del vaticano.

Questo perché la parola “solidarietà” non resti un vocabolo vuoto, una esercitazione da convegni, ecclesiali, politiche e non, e per farlo ha bisogno di gesti concreti e perseveranti, che coinvolgono non per liberarsi del superfluo e lavarsi la coscienza, ma per toccare nel vivo le coscienze e disporle ad atti di giustizia.

Molti, nella chiesa e nella società civile, sono impegnati nel silenzio, sulla frontiere della solidarietà.

Adesso è il momento di un colpo di coraggio, di un nuovo grido d’impegno.

Oggi viviamo, in un tempo non ideale per l’aiuto al prossimo.

Il priore di Bose, Enzo Bianco, ci dice: “che la soggettività che si era venuta a formare negli anni ’60 a poco a poco si è corrotta in soggettivismo e individualismo. Ora esiste un individualismo disperato e feroce secondo il quale il desiderio si trasforma in diritti. E si vuole che gli altri li soddisfano”.

Così facendo si regredisce e il tutto diventa pura barbaria.

Sì, diventa pura barbaria. È lo stato al quale una comunità regredisce, in cui ci sono persone che lavorano come bestie e come bestie muoiono.

Non dovrebbe più accadere, nella nostra bella Italia.

Spesso, la vita reale è un’altra, è quella miserevole e deplorevole condotta da molte persone.

Oggi ,la nostra grande bellezza deve essere soprattutto ritrovare la via della solidarietà.

Così, dopo le visite fatte ai santuari mariani, per la ricorrenza della sua venerata nascita, fatte in questi giorni,  possiamo impegnarci, nel nostro vivere quotidiano, ad un attenzione di rispetto nei confronti del nostro prossimo futuro, con l’impegno di farlo in silenzio e di non rendere nulla pubblico, perché sarebbe puro sciacallaggio.

Gino Digno

Fonte foto: www.doremifasol.org

    One Response to “Solidarietà: che significa oggi”

    1. nicola ha detto:

      Gino, condivido in pieno quanto detto, i nostri politici dovrebbero trascorrere più tempo a diretto contattocon gli agricoltori per rendersi conto del duro lavoro per continuare un lavoro molto duro e non sempre remunerativo.Nei grandi centri sono nati i negozi equosolidali cioè punti vendite che vendono prodotti direttamente dal contadino in modo da permettere un guadagno più elevato al contadino e genuinità e prezzi competitivi ak consumatore.Buon lavoro e ” ad majora”.