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Il rispetto dell’altro

rispetto tursiDa piccoli, chi non ricorda gli insegnamenti che ci inculcavano nel dire la parolina magica: “per piacere”, quella parolina apriva la porta a tutte le istanze del desiderio. Siamo cresciuti con le parole: permesso, scusi, posso? Espressioni apprese nell’infanzia che hanno permesso e facilitato il nostro ingresso nella società. “Devi dire: per favore”; “Fai passare la signora!”; “Non saltare la fila”, sono tutti insegnamenti della saggezza popolare che hanno contribuito in modo significativo ad educarci, cioè a tirar fuori e dar forma ad un altro dei valori fondamentali che edificano l’amicizia: rispetto per l’altro. Questi insegnamenti, oggi, sono da riproporre a grandi e piccini, perché quando viene meno questa forma basilare delle relazioni interpersonali può accadere di tutto, anche di vedere calpestare gli inermi, i più deboli.

Quante volte abbiamo assistito a vessazioni o a manipolazioni nei confronti di bambini, anziani, donne. Ricordo la canzone di Zucchero Fornaciari, che ha dato il nome a l’album Rispetto iniziava proprio cosi: non c’è più rispetto, neanche tra di noi; e concludeva: Oh, ma che dolore; Oh, è un gran dolore!

È vero, è inevitabile. Dove manca il rispetto, per qualsiasi ragione, resta solo un gran dolore sia in chi sente di subire la mancanza di rispetto che in colui che in qualche modo ne è causa. I possibili moventi sono la presunzione e l’ipocrisia. Questi atteggiamenti affondano le loro radici nelle paure, nella brama di possesso, nella sete di potere, nel senso di inadeguatezza, nei deliri di onnipotenza.

Così facendo, anche per semplici divergenze di opinioni, di pensiero, attese non corrisposte, piccole incomprensioni possono facilmente trasformarsi in giudizi temerari, offese, indifferenze, tutte forme che hanno alla base la mancanza di rispetto.

Chi le subisce è ferito; chi le ha inferte abbruttisce. OH, MA CHE DOLORE!

Tuttavia il rispetto non è una forma di contenimento degli istinti. Non è una mera convezione sociale che cerca, tramite la cortesia, di stemperare le basse pulsioni dell’uomo. Il rispetto è piuttosto un “ATTESTATO”. Nell’ambito della gerarchia dei valori è un documento che certifica l’avvenuto riconoscimento dell’assoluto valore dell’altro che mi è pari in dignità. Un valore che emerge quanto una persona si trova in situazione di vulnerabilità. Non a caso, quando ci si trova in autobus si debbano far sedere le persone anziane o con disabilità o le donne incinte; c’è l’obbligo di fermarsi a soccorrere chi è vittima di un incidente.

Nella debolezza risplende maggiormente quell’assoluto valore da custodire e da proteggere. Perciò, non è affatto scontato il proprio diritto quando si incontra qualcun altro che potrebbe occupare lo stesso spazio vitale in cui avrei necessità o desiderio di entrare, “permesso, scusi, posso?”

Oggi, riconoscere il valore dell’altro significa innanzitutto onorarne la dignità e la libertà. Il rispetto diviene così un primo segno eloquente della capacità di considerare l’altro. Come diceva Pascal, il primo effetto dell’amore è ispirare un grande rispetto; si sente venerazione per chi si ama. Oggi i giovani, alle prese con la parola amore e rispetto sono sempre timorosi in quanto la società consumistica dà loro altri valori effimeri, privi di qualsiasi fondamento del vivere civile, spersonalizzandoli nel vestire e nell’apparire. Cosi facendo, ci stiamo impoverendolo di valori essenziali del vivere nel sociale.

Spero, che queste mie riflessioni siano di spunto per dar forza a quei sentimenti veri di reciproco rispetto verso l’altro.

Gino Digno

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