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L’agricoltura e i giovani

oliveto tursiNell’ambito agricolo aleggia un desiderio di cambiamento nelle campagne da parte dei nostri giovani. Sta cambiando qualcosa nell’agricoltura italiana e nella percezione che di essa hanno i nostri giovani? I recenti dati in nostro possesso sulle iscrizioni universitarie sembrano dire di sì, ma occorre essere cauti con le conclusioni. Uno studio fatto dalla Cia, Confederazione italiana agricoltori, evidenzia che, mentre i venti di crisi hanno svuotato di 40.000 unità le immatricolazioni alle università nell’ultimo quinquennio, -12%, gli iscritti ai corsi di laurea attinenti all’agricoltura e all’alimentazione sono invece aumentati significativamente, +45%. La tendenza è confermata dall’aumento delle iscrizioni presso gli istituti tecnici e professionali agricoli.

Parlando, giorni addietro, con i docenti dell’istituto agrario di Sant’Arcangelo (PZ), vedono una “rivoluzione culturale”, avallata da sondaggi secondo cui i giovani italiani preferiscono la prospettiva di gestire un agriturismo, rispetto al classico impiego presso una banca. Le ragioni di tale mutamento sarebbero collegate alla comparsa di molti nuovi mestieri agricoli che attraggono le giovani generazioni.

Oggi, sono di moda le attività multifunzionali dell’agricoltura, come gli agriturismi o le fattorie didattiche, collegate con la vendita diretta di prodotti tipici e di beni trasformati in azienda. In effetti, dopo tanti anni di stasi, si notano a livello nazionale seri segnali di interesse verso il settore primario. I dati rivelano che in agricoltura i giovani agricoltori sono in aumento, sempre più scolarizzati e su materie inerenti al settore.

Si tratta di agricoltori propensi a impegnarsi in produzioni a maggiore complessità, più rischiose e più redditizie. Aumenta anche il fenomeno che vede giovani conduttori provenienti da famiglie non precedentemente occupate in agricoltura.

Se questa è la tendenza, non si può che salutare con favore il rinnovato interesse per gli studi di agraria; anche perché risulta che i laureati in queste materie trovano lavoro entro tempi relativamente celeri. Penso che questa nuova attenzione non debba essere vista come il ritorno ad un passato di tradizione, all’agricoltura arcaica, quella fatta dai nostri genitori, a fatica e manualmente.

Quel che serve, oggi, invece, è un deciso sguardo in avanti, una visione lanciata verso il futuro, nel segno del migliore made in Italy, che è sinonimo di produrre promuovendo la qualità e la bellezza, nel territorio. Tutto si può realizzare, ma serve la politica che avalla i progetti e sembra, sulla carta, che sta promuovendo misure studiate per i giovani che abbracciano l’agricoltura, i Psr, programma di sviluppo rurale.

Dopo un lungo periodo in cui i programmi politici hanno privilegiato aiuti concessi in cambio di impegni poco ancorati alla competitività, oggi questa crescita dimensionale e culturale richiede, per consolidarsi, un convinto approccio imprenditoriale.

Sono convinto che l’interesse del giovane agricoltore è diretto verso questa direzione: non si tratta di trascurare i benefici pubblici dell’agricoltura e nemmeno di disconoscere l’utilità della differenziazione e della multifunzionalità. Oggi la giovane imprenditoria agricola è fatta da persone vivaci, volenterose e con idee innovative.

Anche le aziende più piccole, come sono le nostre, hanno molto da guadagnare da un approccio d’innovazione e internazionalizzazione, da sviluppare sia sui mercati di vendita e sia su quelli di approvvigionamento di materiali e tecnologie.

Se rivoluzione deve essere, occorre realizzarla nel concepire le nuove misure di aiuto ai giovani, di consulenza, formazione e, soprattutto, cooperazione, creare la mentalità dello stare insieme e affrontare il problema dello sbocco di mercato.

Tutte queste misure dovrebbero essere progettate e selezionate tenendo ben presente l’obiettivo di valorizzazione economica dell’impresa e quindi assicurando la piena appropriabilità aziendale dei benefici apportati dalle innovazioni.

Gino Digno

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